Ti è mai capitato di alzarti dal letto la mattina e sentire una fitta lancinante al tallone appena appoggi il piede a terra? Ecco, quello potrebbe essere il tuo primo incontro con l’iperostosi calcaneare. Un nome complicato per un problema che, purtroppo, è tutt’altro che raro.
Nel mio studio vedo spesso pazienti che arrivano claudicanti, con quella camminata particolare di chi cerca di non appoggiare troppo il peso sul tallone. “Dottore, è come se avessi un chiodo sotto il piede”, mi dicono spesso. E in effetti, non sbagliano poi tanto con questa descrizione.
L’iperostosi calcaneare – che potresti aver sentito chiamare anche spina calcaneare o sperone calcaneare – è sostanzialmente una crescita anomala di tessuto osseo nella zona del calcagno, l’osso del tallone. Immagina una piccola protuberanza, simile a uno sperone (da qui il nome), che si forma dove si attaccano i tendini e la fascia plantare.
Ma cos’è esattamente questa “spina”?

Quando parlo di iperostosi calcaneare ai miei pazienti, spiego sempre che non è solo un pezzo di osso in più che cresce a caso. Il nostro corpo, nella sua saggezza, cerca sempre di adattarsi alle sollecitazioni.
La spina calcaneare si forma come risposta del nostro organismo a sollecitazioni eccessive e ripetute. È un po’ come quando si forma un callo sulla mano di chi usa molto la zappa: il corpo cerca di proteggersi rinforzando quella zona. Solo che in questo caso, invece di pelle ispessita, abbiamo osso in più.
La fascia plantare, quella banda di tessuto che corre sotto il piede dal tallone alle dita, si attacca proprio al calcagno. Quando questa fascia viene sollecitata troppo – per vari motivi che vedremo – può infiammarsi e, nel tentativo di “riparare” la zona, il nostro corpo inizia a depositare calcio, formando appunto la famosa spina.
Perché viene questa maledetta spina?

Le cause sono diverse, e spesso si sommano tra loro. D’altronde, il piede sopporta tutto il peso del nostro corpo e lo fa per migliaia di passi al giorno.
Ho notato che molti dei miei pazienti con iperostosi calcaneare hanno qualcosa in comune: spesso sono persone attive, che camminano molto o fanno sport. Non è un caso. L’attività fisica intensa, soprattutto su superfici dure, mette sotto stress continuo la fascia plantare. Ma attenzione: anche chi fa una vita troppo sedentaria può sviluppare il problema, perché i muscoli e i tendini del piede perdono elasticità.
Il peso corporeo gioca un ruolo importante. Ogni chilo in più si moltiplica per tre o quattro volte nell’impatto sul piede durante la camminata. Ecco perché spesso consiglio ai miei pazienti di perdere qualche chilo se necessario – non solo per la spina calcaneare, ma per la salute generale del piede.
Le calzature inappropriate sono un’altra causa frequente. Scarpe troppo piatte, senza supporto all’arco plantare, o al contrario tacchi troppo alti che alterano la biomeccanica del piede. Ho visto spina calcaneare plantare sintomi svilupparsi in donne che portavano tacchi alti tutti i giorni per anni, così come in uomini che lavoravano in cantiere con scarpe antinfortunistiche inadeguate.
Anche l’età conta. Dopo i 40-50 anni, i tessuti perdono elasticità e si riparano più lentamente. La fascia plantare diventa meno flessibile e più soggetta a microtraumi.
I sintomi: quando il tallone “parla”

Il dolore spina calcaneare ha caratteristiche molto specifiche che lo rendono facilmente riconoscibile. Il sintomo principale è un dolore acuto al tallone, localizzato in genere nella parte interna e inferiore del calcagno.
Ma ecco la cosa interessante: questo dolore ha dei “momenti preferiti”. È tipicamente peggiore al mattino, nei primi passi dopo essere stati a riposo. I miei pazienti mi descrivono spesso quella sensazione di “dover scaldare il motore” prima di riuscire a camminare normalmente.
Il dolore può essere così intenso da costringere a zoppicare. Dopo un po’ di movimento, spesso migliora, per poi ripresentarsi dopo essere stati seduti o fermi per un po’. È come se il piede dovesse “riabituarsi” ogni volta.
Alcuni pazienti mi raccontano di una rigidità mattutina, come se il tallone fosse “arrugginito”. Altri descrivono una sensazione di bruciore o di puntura. La zona può diventare anche sensibile al tatto – a volte anche solo toccarla fa male.
Nei casi più severi, il dolore può estendersi lungo tutta la pianta del piede o risalire verso il polpaccio. Camminare diventa un problema, figuriamoci correre o fare sport.
Come faccio la diagnosi

Quando un paziente arriva nel mio studio con questi sintomi, la diagnosi inizia già da come entra nella stanza. Osservo come cammina, se zoppica, come appoggia il piede.
La visita vera e propria inizia con l’anamnesi: quando è iniziato il dolore, in che circostanze, che lavoro fa, che sport pratica, che scarpe usa. Tutte informazioni fondamentali per capire il quadro generale.
Poi c’è l’esame obiettivo. Palpo il tallone per localizzare esattamente il punto dolente – nella maggior parte dei casi, la pressione in corrispondenza dell’inserzione della fascia plantare scatena il dolore tipico. Valuto anche la flessibilità della caviglia e della fascia plantare stessa.
Ma per avere la conferma definitiva, serve una radiografia del piede. La spina calcaneare si vede benissimo alla lastra – appare come una piccola proiezione ossea, simile a un becco o a uno sperone. A volte i pazienti rimangono sorpresi: “È così piccola eppure fa così male!”.
In alcuni casi, se sospetto problemi ai tessuti molli o voglio escludere altre patologie, posso richiedere un’ecografia o una risonanza magnetica. Ma nella maggior parte dei casi, anamnesi, esame clinico e radiografia sono sufficienti.
Come si cura: le opzioni che abbiamo

La buona notizia è che l’iperostosi calcaneare si può curare. La notizia meno buona è che richiede pazienza – non è un problema che si risolve dall’oggi al domani.
Il primo approccio è sempre conservativo. Riposo relativo – non significa stare fermi come statue, ma evitare le attività che scatenano il dolore. Il ghiaccio aiuta molto, soprattutto dopo l’attività fisica: 15-20 minuti, più volte al giorno.
Gli antinfiammatori sono utili per controllare il dolore e ridurre l’infiammazione. Ma attenzione – non sono la soluzione definitiva, servono per permettere agli altri trattamenti di funzionare meglio.
I plantari personalizzati sono spesso la chiave del successo. Non quelli che si comprano in farmacia, ma quelli fatti su misura dopo uno studio del passo. Servono a redistribuire le pressioni e a sostenere l’arco plantare, riducendo lo stress sulla fascia.
La fisioterapia è fondamentale. Esercizi di stretching specifici per la fascia plantare e per il tendine d’Achille possono fare miracoli. Io insegno sempre ai miei pazienti alcuni esercizi da fare a casa – sono semplici ma vanno fatti con costanza.
Quando i trattamenti conservativi non bastano, possiamo ricorrere alle infiltrazioni di cortisone. Sono efficaci, ma vanno usate con criterio – non più di 2-3 infiltrazioni all’anno.
L’intervento chirurgico è l’ultima opzione, quando tutto il resto ha fallito e il dolore è invalidante. Si tratta di rimuovere la spina calcaneare e, spesso, di liberare parzialmente la fascia plantare. È un intervento che do buoni risultati, ma come sempre preferisco evitare il bisturi quando possibile.
Il recupero: cosa aspettarsi

I tempi di guarigione sono molto variabili. Alcuni pazienti stanno meglio in poche settimane, altri hanno bisogno di mesi. Dipende da molti fattori: da quanto tempo è presente il problema, dall’età del paziente, dalle attività che fa, da quanto è costante nel seguire le terapie.
Di solito dico ai miei pazienti di armarsi di pazienza per almeno 2-3 mesi. Il miglioramento è graduale – prima si riduce il dolore mattutino, poi quello durante la giornata, infine si riesce a tornare all’attività normale.
È importante non mollare appena si sta un po’ meglio. Ho visto troppi pazienti interrompere stretching e terapie appena il dolore diminuiva, per poi ritrovarsi al punto di partenza dopo qualche settimana.
Come prevenire: meglio evitare che curare

La prevenzione dell’iperostosi calcaneare passa soprattutto dalle scarpe giuste. Scarpe con un buon supporto dell’arco plantare, ammortizzazione adeguata e – per chi fa sport – specifiche per l’attività praticata.
Il peso corporeo è un fattore che possiamo controllare. Mantenere un peso forma aiuta non solo il tallone, ma tutto l’apparato muscolo-scheletrico.
Lo stretching regolare è prezioso. Bastano 5 minuti al giorno di esercizi per la fascia plantare e il tendine d’Achille per mantenere l’elasticità dei tessuti.
Se fate sport ad alto impatto, alternate superfici dure e morbide quando possibile, e non trascurate il riscaldamento pre-attività e il defaticamento post-allenamento.
SmartHallux: dove possiamo aiutarti

Qui a SmartHallux ci occupiamo specificamente di chirurgia del piede e della caviglia. Il Dr. Luigi Manzi, che ha maturato esperienza specifica in questo campo, segue ogni paziente con un percorso personalizzato usando le tecniche più moderne.
La nostra filosofia è sempre quella di privilegiare l’approccio conservativo quando possibile, riservando la chirurgia ai casi che non rispondono agli altri trattamenti.
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Domande che mi fate spesso
Dottore, la spina calcaneare può venire a entrambi i piedi?
Sì, può succedere. Anzi, se c’è una predisposizione o problemi biomeccanici, è abbastanza comune che il problema si manifesti anche dal lato opposto. Per questo è importante correggere i fattori predisponenti.
Una volta che si è formata, la spina può scomparire?
La spina ossea di solito rimane, ma i sintomi possono scomparire completamente. Il segreto è ridurre l’infiammazione e modificare i fattori che l’hanno causata. Molti dei miei pazienti convivono benissimo con la loro spina, semplicemente non dà più fastidio.
È vero che bisogna operarsi per forza?
Assolutamente no! La stragrande maggioranza dei casi si risolve con terapie conservative. L’intervento chirurgico è riservato solo ai casi resistenti a tutti gli altri trattamenti.
Posso continuare a fare sport?
Dipende dal tipo di sport e dalla fase del problema. Durante la fase acuta meglio evitare attività ad alto impatto. Una volta risolto il dolore, si può gradualmente riprendere, magari con qualche accorgimento in più.





